TESTIMONI DEL WELFARE. CASAOZ E L’URAGANO #COVID Enrica Baricco: continuiamo a essere una quotidianità che cura

“La pandemia è arrivata come un uragano, lo stesso uragano della storia del mago di Oz” dice la presidente di CasaOz Enrica Baricco “ci ha costretto a rivedere completamente le modalità del nostro lavoro, e ci ha spinto a un continuo adattamento”.
L’associazione CasaOz, nata nel 2005 per volontà di un gruppo di professionisti torinesi, opera per accogliere e sostenere le famiglie in cui vi è un bambino ammalato.
“Con il Covid abbiamo cercato di facilitare il lavoro con loro, passando dall’online alla presenza e viceversa, a seconda delle misure previste in quel momento” prosegue Baricco “abbiamo creato dei piccoli gruppi, suddividendo i ragazzi a seconda dell’età, in comparti autonomi, mentre prima il lavoro era più collettivo. Abbiamo indirizzato tutte le nostre risorse per offrire delle alternative utili, ad esempio costruendo un campo base dotato di tende all’esterno, utilizzando il giardino della nostra struttura, e così via.
Vogliamo ridurre il peso della solitudine e dell’isolamento, e ci siamo abituati a reagire sempre, e a costruire nuove progettualità compatibili con questo difficile periodo, che pesa ancora di più per coloro che già soffrono di gravi malattie e per le loro famiglie”.
Enrica Baricco, architetta, ha fondato l’associazione CasaOz insieme ad altri professionisti, alcuni dei quali avevano vissuto in prima persona la sofferenza di un figlio malato. L’associazione è aderente al Forum regionale del Terzo Settore e, come spiega la presidente, il gruppo fondatore si è avvicinato al mondo del non profit dopo avere maturato la sua mission, come naturale conseguenza, senza aver avuto occasione di conoscere prima e da vicino gli enti senza scopo di lucro. E’ stata dunque una scoperta.
“Per prima cosa abbiamo voluto creare un luogo di accoglienza, una casa che sapesse abbracciare le famiglie, e strutturare attività per loro”. Uno spazio, CasaOz, che prima ha avuto sede nel villaggio olimpico di Torino, e che dal 2009 è stato spostato nella stessa città, all’interno del giardino Rodari di corso Moncalieri 262.
“All’inizio abbiamo pensato a una residenza diurna” spiega la presidente “ma poi abbiamo offerto alcune possibilità anche per ospitare durante la notte. Attualmente abbiamo quattro appartamenti. A CasaOz lavorano 13 persone specializzate e una novantina di volontari”.
Quanti bambini e ragazzi avete seguito in tutti questi anni?
“Sono stati circa 2500, con le loro famiglie, attualmente ne seguiamo 150”.
Qual è l’età delle persone malate alle quali rivolgete i vostri servizi?
“Ufficialmente fino ai 18 anni, ma manteniamo i rapporti anche dopo, per l’affezione che si è venuta a creare”.
E MagazziniOz, il ristorante ed emporio di via Giolitti 19/A a Torino, nasce anche per questo…
“Sì, lo abbiamo creato pensando a chi tra i nostri ragazzi abbia esigenza di inserirsi al lavoro. La cooperativa sociale che gestisce i MagazziniOz opera attualmente con sette giovani in inserimento lavorativo, opportunamente formati, alcuni dei quali provengono da CasaOz”.
Siete inseriti a tutto tondo nel mondo del non profit, dunque.
“Certamente, e i MagazziniOz rappresentano il nostro messaggio sociale, che vogliamo veicolare nel cuore della città”.
La pandemia ha modificato le attività anche in questo caso…
“Attualmente facciamo asporto, e ci siamo specializzati nella produzione di focacce. Continueremo ad adattarci, a seconda delle disposizioni di legge, per rendere visibile la realtà per cui operiamo, coinvolgendo la cittadinanza e offrendo servizi di eccellenza, che si coniugano costantemente con la vocazione sociale del posto”.
Che cosa l’ha colpita di più, in questo momento emergenziale?
“Ho imparato molto dalle persone che ho incontrato e che sanno reagire a difficoltà superiori alla mia.
Questo mi ha aiutato tanto.
Ho presente tutti i volti delle persone che sono passate da CasaOz.
Rimane in me e nei miei collaboratori il senso della loro capacità di reagire, la grande resilienza dei nostri ragazzi, dei bambini, delle loro famiglie.
Noi vogliamo essere, con loro, una quotidianità che cura”.
Lidia Cassetta

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